A ben vedere, l’uso dei droni – sicuramente atipico per lei – che Lucrecia Martel fa in Nuestra Tierra (ma il titolo di lavorazione era Chocobar, dal nome del capo della comunità indigena di Tucumán assassinato nel 2009), così com’è dichiaratamente sottratto all’azione poliziesca e processuale di ricostruzione del delitto, ha la stessa intenzione sovversiva della camèra di Paul Thomas Anderson (di cui parleremo nel prossimo capitolo). Sorvolare, planare dall’alto, qui significa rivendicare la nostra terra (non solo quella delle comunità diaguitas, ma il pianeta intero), riconoscerla, percepire il territorio nella sua geografia e nella sua bellezza selvaggia, non legata a sfruttamenti minerari o di altro tipo.
Di nuovo, tutte le questioni sull’incursione documentaria della Martel (a parte che già il corto Terminal Norte era preparatorio), sono ininfluenti. In Nuestra Tierra si lavora insieme a una comunità per raccogliere un archivio di immagini e raccontarne la storia sottraendola al controllo della polizia, di tutte le polizie. E si lavora – tutti, anche lo spettatore, cui questo passo è reso obbligatorio – in quanto discendenti dei popoli originari. Come facevano Fred Wiseman o Robert Kramer: fare in modo che l’archivio-cinema riguardi davvero la realtà, che sia la mappa infuocata delle ferite impresse sulla terra, sulla nostra terra, dalle secolari imprese di assassini e genocidi. Come? Per esempio ribaltandone il sistema burocratico che occupa le vite e impedisce la verità. Perché è proprio nel sistema di controllo, occupazione e repressione che, come dice Martel, “le comunità e tutte le persone ignorate dal sistema di qualsiasi paese sprecano la loro vita, il loro tempo. Passano ore infinite ad aspettare di compilare documenti per ottenere una firma che riconosca qualcosa, in modo da poter continuare un processo. […] È il modo in cui un paese tortura le persone più vulnerabili” (come accade alla comunità del film che, nonostante l’esistenza di prove video e pile kafkiane di richieste ufficiali e carte bollate, ci ha messo anni e anni prima di accedere al castello del tribunale).
Argentina uguale Palestina, per capirci. Il problema è sempre quello, confiscare la terra e sfruttarne la ricchezza, a costo di eliminare per sempre chi ci vive da sempre lavorandola. Martel si addentra progressivamente nei meandri processuali, ma sempre attraverso la voce della comunità ferita. In città si esaminano freddamente i pixel dell’omicidio ripreso con un cellulare, nelle terre degli indigeni invece si mostrano vecchie fotografie che ricostruiscono tempo, spazio, legami di sangue, musica, costumi… A un certo punto, tutta la comunità va al cinema, perché nel frattempo Martel ha lavorato a un laboratorio cinematografico collettivo (scene che sarebbero piaciute a Joaquin Jordà). Forse la sua idea era di consegnarsi alla comunità, anche di sacrificarsi. Ecco perché così come alla fine è a loro che lascia tutti i documenti prodotti durante le ricerche per il film, in modo che il film resti anche l’archivio di se stesso, e proprietà culturale del popolo.