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O Agente Secreto (Kleber Mendonça Filho)

Sunday, 21 June 2026 09:42

O Agente Secreto (Kleber Mendonça Filho)

XVI. Point Blank

Certe volte la vita in un regime totalitario ha questa stessa atmosfera da acid trip… La vita diventa una sorta di point blank, per citare uno dei film che Kleber Mendonça Filho indica come ispiratori di O Agente Secreto (finalmente qualcuno che, a ragione, si ricorda di John Boorman; gli altri film fonte di ispirazione sono: Iracema di Jorge Bodanzky, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri, Orca di Michael Anderson, Body Parts di Eric Red, Lucio Flavio di Héctor Babenco, Close Encounters Of The Third Kind di Steven Spielberg, The Ear di Karel Kachyna). Una dimensione di vuoto che è però sempre sul punto di colpirti a bruciapelo (meglio se alle spalle). I film di riferimento non sono citazioni, ma agiscono sulle corde di un sentimento, di qualcosa che lavora e risale dall’inconscio, dando questa impressione di essere presi in una ragnatela vibrante e sincopata al tempo stesso (un trip). Aleggia un senso di morte, che è altrettanto duplicemente imperscrutabile e inesorabile (e non così lontano dalla nostra situazione attuale, per cui Brasile 1977 potrebbe facilmente essere Europa 2026, così come il 1977 brasiliano all’improvviso si è visto cupamente risorgere dieci anni fa). Non potrebbe essere diversamente, poichè la cosa essenziale è che il regista del film aveva nove anni all’epoca in cui il film è ambientato. Ed è lo stesso regista che, prima di O Agente Secreto, gira un documentario sulla sparizione delle sale cinematografiche della città di Recife, sua città natale e città di O Agente Secreto, non solo probabilmente usandolo come studio preliminare (Retratos fantasmas, basterebbe il titolo), ma fissando davvero l’idea stessa di filmare sul piano di un inconscio assoluto. Dittatura, controllo, delazione, morte: resistenza, memoria, infanzia, cinema. Senza soluzione di continuità. Non è anche questa opposizione dura al genocidio? Fare ricerche d’archivio e, dal flusso di immagini anonime, riconoscere i luoghi della propria giovinezza, collegandoli agli eventi realmente vissuti, cioè azionando la memoria all’interno di una logica del sogno. Una dittatura, quando finisce, non finisce davvero, c’è un’eco che perdura. Ecco perchè forse O Agente Secreto è prima di tutto un film sulle voci perdute, forse addirittura sulla fine di un’oralità che, in epoca di sorveglianza diffusa, sarebbe il caso di riprendere a praticare come forma di difesa e autonomia dal potere.

 

 

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