Ghost Elephants (Werner Herzog)
XII. La fine del sogno
Forse si può tentare con l’invisibile. Fino in Angola e in Namibia, dove Steve Boyes, un novello capitano Achab, si mette sulle tracce dei leggendari ghost elephants, questi giganteschi Moby Dick delle foreste capaci di trasformare la loro natura pachidermica in un’immagine talmente sottile da rasentare l’illusione. Herzog, proseguendo la sua teoria melvilliana del cinema non come luogo dell’immagine, ma come inseguimento del luogo dell’immagine, si ‘vede’ costretto a ferire le nostre speranze, perchè se il cinema non vede (o non vede più) nulla, l’unica immagine reale di questi prodigiosi oggetti del desiderio non verrà colta dalla ragnatela di telecamerine messa su da Boyes insieme alla squadra di cosiddetti ‘tracciatori’ che lo aiuta nella spedizione, ma di sfuggita e quasi inavvertitamente da un telefono cellulare (la cui presa del potere spazia da Dracula al national geographic). Forse Herzog allude perversamente alla sensazione di falso che pervade ormai tutte le immagini in filigrana, oppure la cosa che davvero vuole esplorare è la fine del sogno. Caro Boyes, ora che hai trovato la tua immagine, ora che credi di aver visto, come farai a vivere, come potrai definire vita i tuoi giorni senza più sogno? Va da sé che Herzog rivolga la domanda prima di tutto a se stesso, nella misura in cui non crede o ha imparato a non credere al vedere, ma al massimo alla possibilità di continuare a inseguire una visione. Herzog il camminatore, Herzog il grande attraversatore, in qualche modo deve fare come Maresco e Jude, allontanarsi dal set, soprattutto se prevede un lungo viaggio a piedi nel cuore degli altipiani angolani, il guado di fiumi, il trasporto in spalla delle motociclette e la rincorsa degli elefanti fantasmi per otto dieci ore al giorno. La ragione è l’età certo, ma al fondo c’è il gioco demiurgico legato alla distanza. Laddove ci si affidi all’idea che l’immagine arrivi davvero dove c’è un deficit di controllo e non il contrario, non c’è bisogno di essere fisicamente sul set. Dunque, di nuovo, nessuna idea estetica, ma una componente meticolosamente visionaria, sempre in attesa della visione e della parallela possibilità di mancarla del tutto. Così Herzog può dichiarare: “Non sarebbe meglio vivere con gli spiriti degli elefanti e non incontrarli mai?” Anche Achab alla fine capisce che tutto sta nella ricerca della balena bianca, non nell’incontrarla. (Cosa che, sia detto per inciso, non può essere compresa dai bracconieri – o da qualunque signore della guerra contemporaneo o del passato –, motivo per cui Herzog, senza alcun moralismo, include nel film sequenze da Africa, addio di Jacopetti/Prosperi).
