"If I think about the future of cinema as art, I shiver" (Y. Ozu, 1959)

Magellan (Lav Diaz)

Sunday, 21 June 2026 10:03

Magellan (Lav Diaz)

XV. Magellano Nosferatu

In realtà, Lav Diaz è sempre stato un cineasta ossessionato dal rovesciamento del punto di vista e alla messa in discussione dell’identità. L’immagine stessa, solo in apparenza fissa, è una tela che brucia, con la natura che dipinge un rivolgimento continuo. Burrasca degli elementi, della storia e di tutto ciò che i corpi sono in grado di attrarre o di respingere. Dunque è chiara l’intima indignazione su cui letteralmente si basa in prima battuta Magellan: cosa vuol dire che Magellano ‘ci ha scoperti’? Già solo la frase – ancora oggi insegnata nelle scuole – è di per sé ridicola. “Forse siamo stati noi a scoprire lui. Siamo qui da sempre. Il discorso della scoperta è davvero assurdo”. Per Lav Diaz è quasi naturale capovolgere questa imposizione colonialista ormai secolare e trarne la prospettiva che fa di Magellan il suo film più vertiginoso (se possibile, in una filmografia semplicemente abissale). Mentre osserviamo Magellano smarrirsi in un viaggio senza fine, sanguinoso, malato, che conversa ogni giorno con la morte, e poi anche portatore di violenza e di vampirismo, fino a toccare uno stato a metà tra follia e messianesimo (Magellano Nosferatu), in realtà stiamo facendo esperienza del momento esatto in cui si forma e si afferma la coscienza storica, la coscienza di essere un popolo, del popolo filippino. Sono due movimenti conflittuali e precipitosi, da un lato Magellano, il cosiddetto scopritore, in verità un naufrago che diffonde il naufragio già in atto di un altro continente e di un’altra cultura; dall’altro gli indigeni che invece aprono gli occhi, guardano la propria terra e se stessi, e noi vediamo attraverso i loro occhi, dove il film si fa. Il viaggio di Magellano ci appare come con tutta probabilità (secondo Lav Diaz) è apparso a un certo punto anche a lui, e cioè talmente illogico, per il solo fatto di essere sopravvissuto, puoi crederti in dio o finanche di essere un suo messaggero diretto. Ma di nuovo, a questa allucinazione, il cui racconto nei secoli ha aggiunto altra allucinazione, si oppone, fin dalla prima inquadratura, il punto di vista filippino, è lì, in tempesta, ma fermo sulla terra che gli appartiene. Più si fissa, più diventa corpo di una nazione, più lo sguardo di Magellano si altera e si smarrisce, cupissimo (le sequenze in Europa, mentre cerca l’appoggio politico per partire, sembrano un brutto sogno, tristi, decrepite).

 

 

Read 0 times
Rate this item
(0 votes)

- Questo sito utilizza cookies, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e gestire la tua navigazione in questo sito. I cookies necessari al funzionamento del sito sono già stati installati.Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookies, consulta la Cookies policy.

  Accetto i cookies da questo sito.
EU Cookie Directive Module Information