Kontinental ’25 + Dracula (Radu Jude)
XII. Vampire$
Per un Maresco che mina le fondamenta della macchina burocratica provando a installarsi nel luogo segreto dove il cinema è sottile come l’aria e sfugge alle istituzioni, c’è un Radu Jude che – confermando la crisi in atto – prova a disinnescare il medesimo ingranaggio girando Kontinental ’25 con l’iphone. Nessuna ambizione estetica, solo la necessità di filmare liberamente fino al punto da sembrare un gruppo di turisti in giro per la città (Cluji). Stranamente, ciò che in parte origina la questione, ossia la supposta aura mitica intorno a una troupe al lavoro, si riafferma mimetizzandosi, sparendo tra la gente (così come Maresco sparisce dal set). Viene in mente Rossellini, perchè non è un caso che alla leggerezza e all’invisibilità del mezzo, nonchè al movimento continuo, all’erranza della donna nella città, corrisponde la complessità della crisi interiore e del problema morale sollevato (in dialogo con Europa ’51, così come in Bad Luck Banging or Loony Porn la conversazione era con il Godard di Deux ou trois choses que je sais d’elle, che a sua volta proprio al capolavoro di Rossellini si rivolgeva). Orsolya, un’ufficiale giudiziaria, viene sconvolta dal suicidio dell’ultima persona da lei sfrattata: un famoso ex atleta che vive in un edificio abbandonato. Difficile dire se sia senso di colpa o vergogna, ma il modo in cui Orsolya racconta di continuo ad amici e a sconosciuti la storia dello sfratto e del suicidio, come se fosse più interessata al racconto che all’analisi della verità, e forse addirittura attratta dall’idea che la verità possa sfuggire per sempre sollevandola dal peso della sua funzione nella macchina di morte delle istituzioni, tutto ciò non può essere decontestualizzato dal modo in cui in Europa la memoria storica venga scientemente depredata e cancellata (come appunto già indicava Rossellini col personaggio di Irene in Europa ’51). Il linguaggio è la questione principale (non secondario che Orsolya sia ungherese anche se cittadina romena: sempre nel ricordo di Europa ’51). Il modo in cui si è ormai incapaci di trasformare le disuguaglianze in conflitto politico, il modo in cui si usano le parole come alibi, un fiume piatto e ripetitivo che non mira all’interpretazione ma all’oblio. Il che, per Radu Jude, comprende anche lo sterminio della lingua cinematografica (e letteraria). Dracula è innanzitutto la storia di un mito prosciugato. Cancellato da Ceasusescu prima, e utilizzato come esempio nazionalista dall’estrema destra poi. Se Francis Coppola lo pensava legato alle origini del cinema (per evidenti ragioni), Radu Jude lo vede come origine della fine. Ecco perchè – in questo film gemello di Kontinental ’25, anche questo girato come un turista dell’i-phone – il discorso cruciale è sull’abisso dell’AI, cioè sulla violenza assoluta (anche Dracula, il gran succhiatore, ne sarebbe inorridito) con cui questa entità succhia informazioni ovunque, scegliendo per lo più quelle erronee o superficiali, di nuovo basando tutto sull’oblio della conoscenza trasformato, infine, nella sua versione peggiore: controllo e assassinio, l’oblio dell’essere umano.