Eccoci al punto. Non c’è nulla di più schifoso, becero e pericoloso del nazionalismo. I patrioti cosiddetti sono senza eccezioni dei coglioni, oppure dei traditori. L’effigie del disumano. D’altra parte, insieme a loro viviamo, ci barcameniamo noi, gli ipocriti. Dopo i tedeschi, che ancora oggi con la loro dottrina della ragion di stato pro-Israele (il loro modo per non rispondere della colpa di cui non si libereranno mai) restano devoti al genocidio, veniamo noi italiani, che per vigliaccheria fascista o semplice connaturata ignoranza fingiamo di non sapere che i nostri bisnonni e trisnonni (che, storicamente, significa una frazione di secondo, è come se fosse ieri) sono colpevoli di genocidio. Mentre scriviamo, il Presidente pazzo della zona morta americana annuncia l’intenzione di sterminio con alla sua destra Barbie e alla sua sinistra un coniglio gigante (ripensati in chiave anti-imperialista, ora i Rabbits di Lynch non sono più tanto misteriosi). Estrema simulazione di realtà certo, ma non più feroce e surreale della realtà vera: proprio quando a Berlino veniva presentato il capolavoro di nove ore di Haile Gerima Black Lions – Roman Wolves che ricostruisce la campagna genocida italiano-fascista in Etiopia, vedere la signora ex-fascista primo ministro italiano farsi una gita in Etiopia, stavolta senza gas velenosi, ma con gli stessi obiettivi coloniali di sempre. Un’allucinazione l’immagine di lei che stringe la mano al primo ministro etiope? Immaginiamo che allucinazione possa essere sembrata agli etiopi stessi, soprattutto ai guerrieri sopravvissuti che con orgoglio e indignazione parlano e ricordano nel film di Gerima… È il fascismo ordinario. Che prima di tutto disprezza la storia, che fa di tutto per depredarla della memoria, distorcerla in modo da continuare a sottomettere e a uccidere. Dunque, noi ipocriti e colpevoli italiani dobbiamo smetterla di fingere di non sapere e di non ricordare. Non ci è permesso parlare del film di Gerima senza prima chiedere scusa. Consapevoli che le scuse non bastano.
Già con Adwa Gerima aveva lavorato sull’archivio di guerra e di memoria popolare della vittoria conseguita nel 1896 dall’Etiopia sulle truppe italiane (la sconfitta venne ridicolmente considerata dal trombone di Piazza Venezia una scusa per tornare a brutalizzare l’Africa orientale). Ma già molto prima, nel capolavoro Harvest: 3000 Years, Gerima era tornato in patria dopo la cine-ribellione losangelina e aveva sperimentato una sorta di anti-colonialismo barbarico che filmava i contadini e i superstiti impegnati in una lotta intestina per la terra contro i loro stessi governanti che avevano preferito l’oblio britannico alla difesa della memoria. Genialmente Gerima aveva operato il transfert già sulle strade di Watts con Bush Mama, turbolento frammento di vero anti-capitalismo che mostra ancora oggi come la storia del razzismo e della schiavitù economica corrono su un unico filo rosso che va dall’Etiopia a Los Angeles, dall’Africa all’America al Vietnam (come d’altro canto, già nel 1932 avevano capito gli etiopi emigrati negli States quando, a seguito dell’invasione fascista, erano scesi in piazza attaccando negozi italiani e chiedendo a gran voce di poter rientrare in patria a combattere, perchè la guerra, questo all’epoca era chiaro, era una sola e generalizzata, riguardava la libertà di tutti).
Un filo rosso che ancora non si spezza. Gerima ha passato trent’anni tentando di accedere agli archivi europei e soprattutto quelli dell’Istituto Luce, per nulla intenzionato ad aprire cassetti stracolmi di materiale sensibile. Nella tradizione di Esfir Shub e di Mikhail Romm (e, come abbiamo visto, di Sokurov), Gerima si rende conto subito del problema principale. Tutte quelle immagini incredibili, letteralmente mostrate qui per la prima volta – immagini di sopraffazione, guerra, genocidio – sono state filmate dall’invasore. Lo sguardo è apertamente razzista, colonialista. Ebbene, come trasformare questa fucina sanguinaria di meticolosi operatori che per ordine del trombone documentarono la guerra in Etiopia nel suo contrario. Come mostrare il controcampo? Problema eminentemente godardiano… Intanto, un buon punto di partenza è essere coscienti del perché la gente etiope non filmava. Perché combatteva. Dopo la sconfitta e la schiavitù, intraprese anni di guerra di guerriglia perfettamente documentata nelle immagini fasciste. Il controcampo era già compreso nell’immagine che voleva cancellarlo. L’ottusità del trombone di Piazza Venezia lo portava a definire questa continua battaglia per la verità, ossia il cinema, “l’arma più potente”, completamente equivocandone e non capendone la natura (che, prima di tutto, non è fatta per dare risposte). Il cinema è un guerriero etiope o palestinese, più lo demonizzi, più lo sminuisci, più lo barbarizzi più ti si rivolta contro. Se lo fai ‘scorrere’, se lo narri lasciandolo intatto, mostrerà un’altra cosa, scaverà nella verità. (Per inciso: dove Gerima denuncia di non essere riuscito in alcun modo ad accedere, sono gli archivi del cosiddetto Stato Maggiore, che di fatto nasconde la verità sui gas velenosi usati dai generali Graziani e Badoglio, e cioè che l’Italia è colpevole di genocidio).
“Si rifiutano di darmi tutte le foto che ho chiesto”. Non sappiamo se Gerima conosce Pays barbare di Gianikian/Ricci Lucchi. Non tanto per il riuso degli archivi, anche se la ricerca di Gianikian/Ricci Lucchi è meno istituzionale, a loro bastava un barbaro fotogramma per essere analitici (ma Gerima è africano, deve per forza attaccare le menzogne delle fortezze burocratiche italiane). Né per la similarità dell’idea di partenza, che non esiste colonialismo buono (con Gianikian/Ricci Lucchi che non escludono dalla riflessione l’altro sterminio fascista in Libia o le crociere di turismo colonialista nel Mediterraneo – ora pieno di migranti morti – di cui poi scriverà anche Gadda e che, a ripensarci – ritorna sempre! – Godard con Film socialisme ci diceva che non si sono mai interrotte). Non solo. È quello che in fondo mostrava anche Romm. L’ordinarietà del fascismo è nel suo ripetersi. Si ripresenta grottesco e atroce in ogni epoca. Su questo tutti fino a Gerima non hanno alcun dubbio. E infatti.
Gerima tuttavia fa qualcosa che nessuno ha mai fatto prima. Non si limita all’aspetto storico e di ricostruzione territoriale, ma si inoltra nel folklore (gramscianamente inteso), nel canto spirituale e culturale etiope. Anzi, fa in modo che una certa tradizione orale (suo padre autore teatrale, sua nonna che raccontava storie) epica e musicale (“la nostra storia è melodia, è melodica, cantilenante” ha dichiarato) diventi il nucleo da cui si dipana la struttura stessa del film, sottraendolo per sempre al controllo dell’invasore, azzerando immagine per immagine il punto di vista colonialista fascista. Ne viene fuori una tessitura personalissima che però si cuce attorno a una vera e propria rivendicazione di sguardo. Il “selvaggio da civilizzare” non è più quello inquadrato nell’immagine ma quello che inquadra.
