"If I think about the future of cinema as art, I shiver" (Y. Ozu, 1959)

Lulu Shamiyya

Sunday, 07 June 2020 18:14

Corpo estraneo

Sul finire della luce pomeridiana, un ponte. Appare sbilenco, scarno, con gambette essenziali che a malapena sorreggono. Qualcosa mi attira verso di lui, devo accelerare la pedalata per andare incontro a questa secchezza, questa precarietà. Sembra abbandonato, sembra che impronte umane non ve ne siano da secoli. Vedo solo l’impronta della luce, calda, che si accinge a scendere verso il tramonto. Mi sta di fronte, questa desolazione. Sbilenca, parzialmente illuminata.

Faccio un giro di pedale in più, mi avvicino. Adesso anche la luce che fende è più vicina, anzi è l’unica certezza di quest’incontro. Questa luce ha un calore, apro la bocca per inghiottirlo tutto con un unico gesto osceno.

Sembra che qualcosa debba avvenire, mentre ingoio questo sorso bollente.

O sarà la notte ad inghiottire me…

O sarà il corpo ad incepparsi, ad incastrarsi nel meccanismo, a rimanere nell’ingranaggio...

Gli vado incontro. Qualcosa dice che bisogna pure lasciar accadere, evitare di frenare, lasciar fare alla gravità.

Gli vado incontro su questo ponte scarno, che a malapena sorregge.

Non penso che sia così disgustoso. O meglio, penso che nel suo essere disgustoso sarà eccitante. Penso a quale delle mie parti attivare prima. Mi viene istintivo di cacciare un dito, afferrare qualcosa di sicuramente umido, intingere in qualcosa di sicuramente umido. Immergo il dito in quest’umidità. Tiro fuori qualcosa di organico. Ho tutta la bocca piena del sorso che faccio cadere a poco a poco, saliva che scende piano, si ferma attorno al corpo estraneo e lo circonda. Inizia piano, con una lieve lubrificazione in modo che il ponte sbilenco non traballi troppo. A mano a mano che si rianima, tutto prende consistenza e fiducia.

Stendo tutto il mio corpo per bene sul ponte, faccio in modo che il mio orifizio anale combaci per bene con il pavimento freddo e sbilenco. Il contatto eccita. La precarietà eccita.

Guardo in faccia al corpo estraneo che, investito dalla luce pomeridiana ormai virata in tramonto, diventa sempre più pesante e voluttuoso. Diventa sempre più invasivo ed esigente.

Aspetto che in una sola mossa decisa, senza troppe esitazioni senza indugi pensieri preliminari affetti preamboli raggiri, ma con una sola sicura menefreghista pugnalata scenda a picco su di me, invada me. L’impatto mi fa godere. Per la violenza del colpo il ponte sbilenco già traballante va in mille pezzi, insieme ai miei liquidi, alle mie certezze.

Entrare nel corpo estraneo è la calamità del secolo.

Almeno non morirò nella secchezza.

 

 

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