"If I think about the future of cinema as art, I shiver" (Y. Ozu, 1959)

ODYSSEY 2021

Monday, 23 May 2022 23:32

Arturo Lima, Edipo Massi

(in ordine di emersione)

Vivement dimanche! (F. Truffaut): più chiaro ora il legame con Siodmak. Saggezza e ironia da ultimo film. Andrebbe visto insieme a La femme d’á coté. Fanny Ardant porta con sé la lezione fino a L’odore del sangue.

 

A Dangerous Method (D. Cronenberg): “Loro non sanno che stiamo portando la peste”, Freud a Jung quando ormai la statua della libertà è in vista.

 

High-Rise (B. Wheatly): strano come Ballard, o meglio la parola, perda molto meno tempo in dettagli e lasci molto più spazio fra le immagini.

 

Monica e il desiderio (I. Bergman): sesso come allucinazione, il cinema stesso come fatto sessuale. L’aria, il vento. Tutto brucia, acceca.

 

Two in the Shadow (Mikio Naruse): si dovesse dare un’idea assoluta di abisso, sarebbe questo film. La macchina solitaria, ferma all’incrocio.

 

Invasión (H. Santiago): affascinante il tourbillon paranoide, ma Nadie dijo nada di Ruiz, senza essere così esplicito, è molto più inquieto e disperato.

 

Metropolitan (W. Stillman): ha il sapore amaro, il mezzo sorriso malinconico di una piccola cosa andata, anche se purtroppo è il primo di decine di operette slavate hipster che verranno e che tuttavia supera ancora adesso per cattiveria.

 

The Pleasure of Being Robbed (J. Safdie): questo invece è la versione punk di quanto sopra, e ancora funziona.

 

Perfumed Nightmare (K. Tahimik): in fondo varrebbero la pena solo film così, senza inizio né fine, che si auto-ipnotizzano smarrendosi.

 

Night Is Short, Walk on Girl: ah, perdersi appunto, freneticamente.

 

San Pa + Osho (Netflix): la struttura di questi documentari tutti uguali è orribile, ma per differenti motivi (ovviamente personali) ce la siamo goduta a vederli.

 

Portrait d’un jeune fille en feu (C. Sciamma): sopravvalutato, su.

 

Venga a prendere un caffè da noi (A. Lattuada): a ogni scena rompe le regole, non c’è un personaggio o un dialogo che coincide con quello che ti aspetti, una boccata d’ossigeno al vetriolo. Ugo Tognazzi commovente.

 

One Cut of the Dead (Shinichirou Ueda): non solo simpatico, ma con qualche idea alla fine di pervertire il mezzo stesso (genere o macchina per fare film che sia).

 

I May Destroy You: se non si fa caso al lato ideologico (non è facile), i corpi e l’afasico continuo ritorno sul luogo o sui luoghi del delitto meritano.

 

Le ombre degli avi dimenticati (S. Paradjanov): servirebbe una metafora che spieghi la colata lavica di queste immagini e, comunque, non basterebbe. Andrebbe scritto un libro sui film che puramente si imprimono, che non devono essere ricordati o richiamati alla memoria, semplicemente tirati fuori di tasca alla bisogna volto per volto.

 

Orfeo (J. Cocteau): Attenzione all’inizio di questo capolavoro (perché tutti ricordiamo l’ à rebours dentro/fuori lo specchio del finale): praticamente anticipa tutta la nouvelle vague, oppure segretamente i ragazzi dei cahiers hanno passato i primi dieci film a cercare di rifare le scene di Orfeo nel bar parigino.

 

I film di Jean Painlevé: belli (servono per capire Ballet aquatique di Ruiz).

 

Ordet (Th. Dreyer): conosciamo una coppia che aspettava una certa notizia e lo ha rivisto la sera prima uscendone sconvolta e collegando il giorno dopo il primo piano della bambina-angelo e la resurrezione all’esito positivo del test di gravidanza. La ragazza - è stata lei a unire i fili - ora quando può cerca di dire a tutti che questo resta il più bel film della sua vita.

 

Racconto di primavera, Racconto d’inverno, Il raggio verde (E. Rohmer): la socraticità del caso è l’unica cosa più inspiegabile e emozionante della struggente malinconia di questa triade.

 

Herr Bachmann and His Class (M. Speth): per chi ha voglia di sorprendersi di sapere dove sono germogliati i semi piantati da Frederick Wiseman.

 

What Do You See When You Look at the Sky? (A. Koberidze): col tono di una sonata per fantasmi e col piglio filosofico di una partita di calcio estiva. Una malia che addolcisce il tempo e curva lo spazio. Brigadoon anomalo. Racconto di fate. Fantasy politico. La realtà si compiace della propria aritmia, stupenda nel suo desiderio di non essere.

 

Introduction (Hong Sangsoo): film così poetico, che sogna di essere un aforisma.

 

Bad Luck Banging or Loony Porn (Radu Jude): un documentario in forma di fiction (entrambi pornografici) sul collasso di un’umanità intera (europea). Sarebbe piaciuto a Karl Kraus.

 

Wheel of Fortune and Fantasy (Ryusuke Hamaguchi): Hamaguchi, che potrebbe essere un sublime scrittore, ha l’ironia di fare film (Kiyoshi Kurosawa infatti lo fa scrivere). Racconti morali, profondamente rohmeriani. La vita è una conversazione fra il caso e il desiderio.

 

Petite Maman (C. Sciamma): un bellissimo piccolo film di fantasmi, un giro di vite alla Henry James. Finalmente senza presunzione.

 

Limbo (Soi Cheong): nostalgia dell’epopea sanguinaria senza regole di Hong Kong. Lo scenografo wellesiano di questo film è un genio.

 

Albatros (X. Beauvois): qualunque cosa ricordi Chabrol ci deve interessare.

 

Natural Light (D. Nagy): film di concentrazione massima, di massima durezza e intensità (che è anche il suo difetto). Qui va segnalato il direttore della fotografia Tamás Dobos. Soldati e cielo fatti di fango.

 

Azor (A. Fontana): il virus della cospirazione, o meglio il colore dei soldi tra Svizzera e America Latina.

 

The Beta Test (J. Cummings): schizofrenico, frenetico, cerca l’esaurimento nervoso dell’immagine. Misteriosi omicidi alla Easton Ellis. Sogni a occhi aperti depalmiani. Hollywood al collasso. Solo, non è Paul Schrader. Sesso anonimo prendere o lasciare (sul questionario barrare la casella face sitting).

 

Hygiène sociale (D. Coté): Antonin, il freak pandemico. Sta lì, all’aperto, igienicamente distante dalle donne che lo interrogano. Aurore, la ragazza bohémien che è un po’ il doppio del dandy Antonin, sprezzante e illogica, è filmata con dei piccoli camminamenti laterali e un piglio documentario che tutto sono tranne che straubiani. È però vera negli atteggiamenti e più sicura nella posizione politica (studia teologia e lavora in un McDonald). Povero Antonin, prova a scassinarle la macchina… Fa morire dal ridere e, al tempo stesso, alza il livello di disperazione. Cotè, al solito, ci sguazza. Tutto un teatro dell’assurdo, dialoghi deliranti, il più lucido è lo stolto che fa di tutto per confondersi. Poveraccio Antonin, voleva fare un film ma se lo è solo immaginato! (La risposta in realtà c’è. Coté ha dichiarato che al tempo in cui aveva scritto, per poi abbandonarli per qualche anno, i dialoghi del film, stava leggendo tutto Robert Walser).

 

District Terminal (B. Yadegari, E. Mirhosseini): lucidamente drogato, stupendamente fantascientifico. Racconto del virus della scrittura. Peyman è il Bukowski iraniano (attenzione ai poster sulla parete della sua stanza).

 

Moon, 66 Questions (J. Lentzou): l’abbraccio finale tra padre e figlia (c’è un lavoro, se si arriva a questo).

 

Nous (A. Diop): il film è bello e la regista fa paura per coscienza di classe.

 

Rock Bottom Riser (F. Silva): colata lavica di materiali eterogenei, meglio quando esplosi nella colonna sonora che nelle brevi messe in scena. È il fare saggistico di tanto cinema artistico contemporaneo… con più cuore di altri, comunque. Bello che non sia un cineasta ma un astronomo, un geologo e un etnografo.

 

Le monde après nous (L. Ben Salah.Cazanas): finalmente un po’ di ironia sugli scrittori (francesi).

 

Brother’s Keeper (F. Karahan): Conversazione ininterrotta con Dov’è la casa del mio amico?

 

The First 54 Years (A. Mograbi): se finalmente si vuole affrontare il problema, si deve sapere che la verità risulterà troppo dura per Israele.

 

Juste un mouvement (V. Meessen): film appassionante e intelligente sul giovane scrittore africano rivoluzionario che spiega la lotta di classe a Jean-Pierre Leaud ne La Chinoise. Da vedere.

 

La veduta luminosa: (F. Ferraro): ancora uno scrittore che scrive, anzi non scrive, per dissiparsi (e sparire nella foresta).

 

Being John Malkovich + Adaptation (S. Jonze): l’interesse è soprattutto per C. Kaufman, ma sono tipici casi di film che insorgono contro il contesto in cui sono stati realizzati e resistono.

 

Racconto d’estate (E. Rohmer): ripresa del discorso, visto tutto con un sorriso di gioia.

 

Fellini Satyricon + Roma + Il bidone (F. Fellini): rivisti per capire meglio il lato fantascientifico e durissimo, quasi funereo. Onestamente sono film inarrivabili, escludono tutto il resto.

 

Cute Girl (H. Hsiao Hsien): dolce campagna degli inizi, passano i primi treni. Una goduria.

 

La signora di tutti (M. Ophüls): probabilmente qui c’è uno dei primi piani più belli di tutta la storia del cinema.

 

Anomalisa (C. Kaufman): mah, a rivederlo delude.

 

Terrorizers (E. Yang): quando si cerca la bellezza, oppure quando si dice, di qualcuno, che ha uno sguardo sulle cose. L’aria stessa qui sembra avere dei raccordi, ogni cosa è toccata dalla mano del maestro, trasparente eppure invisibile.

 

Le Revelateur (P. Garrel): chissà perché questo film, più che piacere, continua a inquietare. Il bambino macchina da cinema vivente che apre in due il mondo, è potente almeno quanto l’illusione che si porta dietro (del cinema stesso) ed è già pronto a mutare e a perdere l’innocenza (neppure mai si ricorderà di questi momenti di possessione assoluta).

 

La peau douce (F. Truffaut): film duro, disperato. Una cosa non tanto studiata - e che apprezziamo in Truffaut - è l’odio che mostra per certi suoi personaggi. Film anti-romantico per eccellenza.

 

Sound of the Mountain (M. Naruse): il dialogo finale:

(Il padre): È così grande.

(La moglie del figlio): Una vista ben disegnata fa sembrare le cose più grandi.

(Il padre): Vista?

(La moglie del figlio): Non conosce questa parola? È la prospettiva.

 

Justice League Snyder’s Cut (Z. Snyder): Però. Niente male. Molto lugubre.

 

Agostino d’Ippona (R. Rossellini): domanda senza risposta a noi stessi del perchè Rossellini si concentra sull’Agostino ormai in carica e sulla sua azione politica. Sublime film, soprattutto per quello che non dice.

 

Francesco giullare di Dio + Il Messia (R. Rossellini): confronto tra le nuvole della scena in cui Francesco incontra in una notte di luna il lebbroso e quelle del finale con la corsa di Maria verso il sepolcro vuoto.

 

Mad Max + Mad Max 2 (G. Miller): desiderio di rivederli. Sono un po’ come armi affilate, non si arrugginiscono. Non ricordavamo l’inizio del secondo, sembra un documentario di fantascienza che appunto documentarizza, rivomitandolo velocemente in bianco e nero, il capostipite.

 

Coup de Torchon (B. Tavernier): l’unico, insieme a Kubrick, che ha capito la grandezza di Jim Thompson.

 

Ziegfeld Follies - ep. Limehouse Bues (V. Minnelli): sprofondamento, sfondamento dello e nello spazio, scelta visionaria di trasformare una caduta libera in un movimento abissale circolare.

 

Small Axe - ep. Lovers Rock (S. McQueen): dopo un po’ la struttura politico-ideologica annoia (essendo d’altra parte McQueen un regista noiosissimo), ma l’episodio in questione è potente libero e folle, difficile da fare e in qualche modo miracoloso.

 

Taipei Story (E. Yang): scritto insieme a Hou Hsiao Hsien che ne è anche il protagonista. Il film di una generazione intera, il capolavoro. Parte da Ozu e arriva a qualcosa di mai fatto prima. La scena degli amanti sul terrazzo che piano piano vengono assorbiti dalla città, diventano liquidi. Una città al suo massimo grado di sviluppo che coincide con la definitiva perdita d’orientamento.

 

Le Pont du Nord (J. Rivette): famoso film con una coda in Le Jeu de l’oie di Ruiz. Remake paranoico di Paris nous appartient. Forse i personaggi più folli e unici pensati nella storia del cinema. Pensare a Bulle Ogier e alla mai troppo compianta sua figlia Pascale insieme sui ponti di Parigi, è quasi insostenibile. È uno di quei fili che il cinema tende verso l’aldilà e il cui mistero troppo grande va oltre il piacere assoluto della visione. Lascia inermi. Gli altri partecipanti - Pierre Clementi e Jean-François Stevenin - allungano la fila ininterrotta di cose semplicemente geniali.

 

Les Nuits de la pleine lune (E. Rohmer): stiamo inseguendo Pascale Ogier, disperatamente.

 

Kung fu, Master (A. Varda): Per esempio la Varda capisce subito quello che in quegli anni stavano facendo Rivette e Rohmer. E ci aggiunge quella visione in più, la visione della differenza, qualcosa di obliquo e più gioioso nei confronti della vita (Jane Birkin + Charlotte Gainsbourg, così personali nel farsi filmare, completano l’opera).

 

The Man from London (B. Tarr): persi, ossessionati da Chabrol rivediamo come Tarr ne esplora con violenza il lato perverso, sudicio.

 

Black Hat (M. Mann): versione integrale o meno, questo resta un dei più bei film incompiuti di sempre.

 

All the Vermeers in New York (J. Jost): davvero, a rivederlo, un film minimo.

 

 I ragazzi di Fengkuei (H. Hsiao Hsien): contiene probabilmente una delle sequenze più belle della storia del cinema, qualcosa di semplice che tuttavia nessuno fino a quel momento aveva mai osato fare. I ragazzi entrano di soppiatto a una matinée dove danno Rocco e i suoi fratelli. Uno di loro, il protagonista, si perde di fronte alla coscia erotica di Annie Girardot. Stacco. Campo da baseball, suo padre viene colpito in testa dalla pallina e il colpo lo lascerà tutta la vita intontito su una sedia. Nessuno può dire cosa collega nel suo pensiero le gambe della Girardot al tragico evento che ha cambiato la vita della sua famiglia. Nessuno mai ha fatto vedere la cosa lancinante che fa il cinema alle persone.

 

A Summer at Grandpa’s (H. Hsiao Hsien): non sappiamo se qualcuno ha mai notato che questo film anticipa Il mio vicino Totoro di Miyazaki.

 

Diary of the Dead (G. A. Romero): rivisto per essere sicuri che fosse chiaro a tutti il legame tra comunicazione e morte almeno quanto lo era per Romero.

 

La tartaruga rossa (M. Dudok de Wit): visto insieme a un bambino che a un certo punto ha dichiarato serissimo: “Adesso se questa tartaruga muore, io me ne vado”.

 

The Wasp Woman (R. Corman): sempre divertentissimo (evitiamo considerazioni sociologiche sulla posizione della donna al comando).

 

Escape from New York (J. Carpenter): di solito, al compleanno di uno di noi due, ci facciamo un regalo. Questo è il regalo più bello da molti anni (abbiamo discusso se si tratta dell’undicesima o della dodicesima volta che lo rivediamo).

 

Dust in Wind (H. Hsiao Hsien): si ripete il ripetersi delle stagioni, variano le variazioni, senso disperato della vita.

 

Escape from L.A. (J. Carpenter): coda al regalo di compleanno, film paurosamente geniale.

 

The Killing (S. Kubrick): Jim Thompson scrive già un’arancia meccanica, Kubrick la trasforma in una geometria abbacinante.

 

Good Men Good Women + Goodbye South, Goodbye (H. Hsiao Hsien): sprofondiamo e galleggiamo allo stesso tempo.

 

 

 

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